giovedì 13 gennaio 2011

I Ciclopi

Si distinguono in tre categorie, ovvero i “costruttori”, quelli della generazione divina “uranii” e quelli “siciliani” (come Polifemo; Od. IX. 105 sgg.). 
I primi erano un popolo di selvaggi, dalla forza prodigiosa, e ad essi si attribuivano le costruzioni dei monumenti preistorici o megalitici. Erano anche conosciuti come Chirogastori, in virtù del fatto che procurassero il sostentamento con il lavoro delle mani, e provenivano dalla Licia (Strabone, VIII, 6, 11).
I Ciclopi pare che furono un’associazione di fabbri o costruttori vissuta nel periodo Elladico. Ciclope infatti significa dal greco “dall’occhio rotondo”, forse ad indicare i tatuaggi concentrici sulla fronte che portavano in onore del sole, fonte del fuoco che alimentava le loro fornaci. Inoltre i Ciclopi vengono descritti come monocoli perché probabilmente usavano una benda per riparare l’occhio dalla scintilla (Graves, 1954).
Esercitando un mestiere particolare formavano delle tribù e abitavano in borghi distinti. Quelli che elevarono le fortezze di Tirinto e di Nauplia furono reclutati in Libia. Aristotele, invece, cita i Ciclopi traci, intendendo per Tracia quella parte della Tessaglia vicina alla Flegra, occupata, prima della guerra di Troia, dai Traci. Tra l'altro queste popolazioni furono le sole a praticare l’arte del tatuaggio fino all’epoca classica.
Oltre a questo ci è noto dall'Odissea che i Ciclopi, robusti e prepotenti com’erano, risultavano così incomodi e molesti ai vicini, che i Feaci, loro confinanti, abbandonarono l’Iperia di Tessaglia per fuggire probabilmente sull’isola di Scheria, la moderna Corfù.
Nascita del mito del ciclope. Da sinistra a destra: guerriero Acheo; Ciclope (sul piano del mito); scheletro di elefante nano mal ricomposto; scheletro ricomposto di Elephas falconeri; ricostruzione elefante nano siciliano.
Verso il 1542 a.C., Ciclopi e Palasgi furono cacciati da Deucalione, ritirandosi, gli uni e gli altri, in Epiro dapprima, per poi emigrare ulteriormente e fondare diverse colonie e città, soprattutto in Italia.
Fu a questo punto che alcune famiglie di ciclopi si spostarono dall’Epiro ai monti della Sicilia, o la Trinacria come chiamata dai Greci per via dei tre capi dell'isola. Questo fatto non è confermato dagli storici, ma si può ricavare da Omero, che secondo Strabone, ne fece materia per le sue narrazioni. Anche se il poeta parla in particolare solo di Polifemo, tramite lui descrive tutti i suoi simili. Giunge, infine, al fantastico e alla finzione, come tradizione nella poesia, traendo spunto dagli usi dei tempi e dall’aspetto dei luoghi. Presso i greci era consueto considerare le nostre terre abitate da barbari e selvaggi. I cartaginesi, padroni dell’Iberia e della Sardegna, allontanavano, spesso con atti atroci, gli stranieri dalle loro coste; e i Tirreni, già dominatori del mare italiano, lo percorrevano da corsari, commettendo ruberie e frequenti uccisioni. Per questo Omero descrive i ciclopi in Sicilia e i Lestrigoni sulle coste della Campania, come esseri snaturati, ingordi di carne umana, della quale si deliziavano. Per aumentare l’orrore, li raffigura mostruosi, e per indicarne come patria la Tessaglia, li fa, se non uguali, simili ai giganti flegrei, attribuendo agli uni e agli altri una statura gigantesca. Quindi i Ciclopi e i Lestrigoni appartenevano alla stessa etnia, nati negli stessi luoghi e distinti con nomi diversi perché esercitavano mestieri diversi. Infatti, sebbene gli uni e gli altri siano ritratti con corpo e forme gigantesche, i ciclopi sono raffigurati con un occhio circolare sulla fronte a rappresentare, forse, un mestiere che i lestrigoni non praticavano.
Presso i greci, i Ciclopi erano considerati autoctoni. In Euripide Odisseo racconta a Polifemo le cause della guerra di Troia e la vendetta dei greci sui troiani, e poi aggiunge: “Ancor tu, o Polifemo, sei a parte di tanta gloria che abiti una recondita regione di Grecia sotto la rupe dell’Etna, che fuoco manda”.
Diversamente conclusero i nostri storici, che gelosi dell’onore nazionale identificarono i primi abitatori della Sicilia con popolazioni antichissime. Alcuni indicarono i Fenici e i Sirii, altri gli Aramei e i Caldei, altri ancora i Ciclopi e i Lestrigoni; ma qualunque popolo fosse indicato, furono tutti d’accordo nel ritenerli giganti. Questa verità sembrava loro evidente e inconfutabile, vista con gli occhi e toccata con mano; perché, in vari punti della Sicilia, e in particolare nei dintorni di Palermo, venivano rinvenuti mascelle, denti ed altre ossa di smisurata grandezza. “Ecco,” dicevano, “i resti dei primi abitatori dell’isola: Palermo, la prima città tra tutte, risale a poco prima o poco dopo del Diluvio” (estratti dall’articolo in due parti di Domenico Scinà con attualizzazione del testo di Mauro Mirci).
In realtà, le ossa che loro attribuivano ai giganti, appartenevano ad animali terrestri, come da poco è stato scoperto nei dintorni di Palermo e di Siracusa. Una particolarità distintiva, riscontrata in genere nella fauna insulare, è quella della taglia di tali mammiferi. Essa appare notevolmente ridotta rispetto alle altre specie continentali, a causa della scarsità dei predatori.
Confronto fra la testa di Polifemo, copia di un originale ellenistico del II sec. a.C. (Boston, Museum of Fine Arts) e il cranio fossile di Elephas falconeri siciliano.
Il caso più appariscente di nanismo è rappresentato dagli elefanti. È opinione diffusa che siano stati i ritrovamenti in età classica di resti paleontologici di elefanti nani  a dare origine al mito dei Ciclopi, poiché fino al 218 a.C, durante l’epoca romana, non si conoscevano gli elefanti. I teschi di questa specie di elefanti, conosciuta Elephas falconeri sicilano, hanno le dimensioni poco più grandi di quelle umane. Appare evidente l’incavo centrale, prodotto dall’attaccamento della proboscide, che potrebbe essere stato scambiato per il bulbo oculare dei giganti al centro della fronte; mentre le cavità orbitali vere del cranio dell’elefante non sono molto in evidenza. Essendo poste ai lati della cavità del naso potevano essere scambiate come ossa degli zigomi. I numerosi ritrovamenti fatti in Sicilia nelle caverne trovano un confronto con il fatto che i Ciclopi vivessero nelle caverne. Durante i saltuari ritrovamenti di questi fossili, gli antichi mal assemblavano lo scheletro dell’elefante, assimilandolo con quello umano, ma mostrando una taglia gigantesca. Il filosofo Empedocle afferma che “in molte caverne siciliane furono ritrovati fossili di una stirpe di uomini giganteschi oggi scomparsa”.
Parlando poi della edificazione in pietra, è noto che i Ciclopi insegnarono ai Pelasgi l’arte di fabbricare in muratura. Furono i primi a connettere, con pietre più minute, grandi e grossolani massi di forma irregolare, elevando in Grecia le più alte e aggraziate muraglie. Omero ci indica la sua eccellente corte come edificata con grandi pietre cavate dalla terra. Ci mostra un tipo di costruzione “ciclopica”. Essi fabbricarono così le mura di Micene, di Tirinto e di Nauplia, le cui rovine mostrarono agli occhi dei viaggiatori, dopo tremila e più anni, le prime immagini e i primi passi delle nascente architettura. Furono celebrati da Aristotele anche come gli inventori delle torri. Per questo tale maniera di edificare fu detta ciclopéa; definendo, secondo Sirvio, qualunque fabbricato vasto e grandioso.
In Omero, dunque, la storia dei ciclopi, filtrata attraverso elementi fantastici, intende descrivere, le vicende di Odisseo in Sicilia alle prese con popolazioni che, all’epoca, spadroneggiavano le spiagge dell’isola. 
Il mito si fonde perciò con la realtà.
Pan


Rappresentazione dell’apparecchiatura Ciclopica di Micene nelle tre differenti tipologie, da sinistra a destra: muratura “rettangolare”; muratura “poligonale”; mura Ciclopiche.


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